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Roberto Smaniotto
Consulente · 56 paesi · 5 continenti · 40 anni di export internazionale
Quattro anni e mezzo di conflitto russo-ucraino hanno lasciato un conto salato sul tavolo delle imprese italiane. Un conto che molti hanno già pagato — ma che in pochi hanno davvero capito fino in fondo. Mentre l'Occidente gestisce le conseguenze delle sue sanzioni, nel resto del mondo si sta riassemblando qualcosa di molto più grande: i BRICS.
La guerra che non finisce
I numeri parlano chiaro: tra il 2021 e il 2025, l'Italia ha accumulato circa 22,2 miliardi di euro di mancate esportazioni verso Russia e Ucraina, a cui si aggiungono circa 35,4 miliardi persi verso la Germania, trascinata in recessione dalla sua dipendenza energetica da Mosca. In totale, nel triennio 2022-2024 le conseguenze economiche dei conflitti si misurano in 171,4 miliardi di euro per il sistema Italia, pari in media al 2,9% del PIL annuo.
Non è guerra lontana. È export mancato, fatturato evaporato, distributori persi.
Cosa esportavamo e cosa resta
L'Italia esportava in Russia macchinari, moda, prodotti chimici e alimentari. Nel 2024 gli scambi tra Italia e Russia sono scesi a 7,8 miliardi di euro, con un calo del 65% rispetto al 2019, quando valevano 22 miliardi. Un mercato che non è sparito — è semplicemente diventato inaccessibile alle condizioni di prima.
Nel frattempo, con l'Ucraina si continua a commerciare in modo diverso: gli ucraini acquistano dall'Italia principalmente macchine per impieghi speciali, armi e munizioni, prodotti alimentari e bevande. Un mix che racconta una economia in assetto di guerra, non di sviluppo.
Tornare in Russia? Forse, ma non presto
Un'indagine di Promos Italia su circa cinquanta imprese già operative in Russia rileva che il 31% prevede di riprendere le attività in caso di stabilizzazione del conflitto, con impatto positivo sui ricavi. Sei imprese su dieci però prevedono un ritorno graduale, non immediato.
Giusto essere pragmatici. Nella mia esperienza, rientrare in un mercato dopo anni di assenza non è mai indolore: le reti distributive si sono riconfigurate, i concorrenti locali hanno preso spazio, il brand ha perso visibilità. Chi vorrà rientrare dovrà ricominciare quasi da zero, con investimenti e pazienza.
Il segnale
Diversificare non è un'opzione, è una necessità
Il direttore di Promos Italia lo dice esplicitamente: la guerra ha accelerato un processo di diversificazione dei mercati che oggi si dimostra essenziale per la crescita e la competitività. Quarant'anni di lavoro in 56 paesi mi hanno convinto di una cosa sola: le aziende che reggono alle crisi geopolitiche sono quelle che hanno costruito reti di mercato multiple, non quelle che puntano tutto su una sola area geografica.
I BRICS: il nuovo asse del commercio mondiale
I BRICS — nati vent'anni fa come sigla curiosa di un economista di Goldman Sachs — sono diventati un blocco geopolitico ed economico con peso reale. Oggi rappresentano il 40,4% della ricchezza globale e oltre la metà della popolazione mondiale. Con i nuovi partner entrati tra fine 2024 e inizio 2025, il blocco vale circa il 41,4% del PIL mondiale in parità di potere d'acquisto.
I nuovi ingressi ridisegnano la mappa: dal 2024 sono entrati Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran; nel 2025 si è aggiunta l'Indonesia. Parallelamente, decine di altri paesi hanno fatto domanda o espresso interesse. Non è un club esclusivo — è un progetto politico deliberato.
Cosa vogliono davvero?
Tre obiettivi concreti: ridurre la dipendenza dal dollaro, costruire un sistema di pagamento alternativo allo SWIFT (il "BRICS Pay"), e aumentare il peso politico del Sud globale nei consessi internazionali. Non tutti e tre si realizzeranno nei tempi annunciati — le divergenze interne sono reali. Si parla da tempo di togliere il dollaro come moneta di scambio, ma alla fine il dollaro resta ancora la valuta principale usata per le transazioni tra i membri stessi.
Ma attenzione: l'obiettivo non conta quanto la direzione di marcia. E la direzione è chiara.
Cosa cambia per chi esporta
I dazi di Trump hanno rafforzato lo sviluppo del commercio interno ai BRICS: nei primi sei mesi del 2025, gli scambi della Cina con i partner BRICS hanno superato gli 855 miliardi di dollari, con una crescita annua del 3,9%, rappresentando quasi il 28% del commercio estero complessivo cinese.
Tradotto in parole semplici: questi mercati stanno crescendo tra di loro. Chi vende macchinari, tecnologia, food, design — cioè il made in Italy — ha davanti mercati in espansione demografica e reddituale, con una domanda di qualità che si sposta proprio verso i segmenti dove l'Italia è competitiva.
La crescita media stimata nel blocco BRICS per il 2026 è del 3,7% annuo, contro l'1,1% medio del G7. L'Italia, da sola, si ferma allo 0,8%. I numeri dicono dove sta il potenziale.
Il punto pratico
Non si tratta di scegliere "con chi stare" geopoliticamente. Un'impresa che esporta non fa politica estera — fa business. Il punto è avere reti distributive attive nei mercati che crescono, essere presenti nelle fiere giuste, avere un distributore locale affidabile prima che il mercato si chiuda o si affolli.
Nei prossimi anni, chi non avrà ancora costruito una presenza nei mercati BRICS — India, Emirati, Vietnam, Indonesia, Brasile — potrebbe scoprire di essere arrivato tardi. E nel commercio internazionale, arrivare tardi costa il doppio.
Vuoi capire se la tua azienda è esposta a questi cambiamenti, o vuoi valutare un nuovo mercato prima che la finestra si chiuda? Scrivimi o lascia un commento qui sotto.
— Roberto Smaniotto
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